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| ITALIANI IN GIAPPONE |
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Intervista
con Elio Orsara, ristoratore
italiano a Tokyo
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Gentile Signor Orsara, cosa l'ha spinta ad andare a lavorare in Giappone?
Sono nato in Calabria nel piccolo paese di Cetraro, e sin da bambino il mio sogno era di viaggiare. All'età di 17 anni andai a Milano e poi, stufo di essere considerato un emigrato, presi la decisione di andare in Inghilterra per studiare l'inglese, con lo scopo di andare in America per fare fortuna. Dopo tre anni di studio e lavoro preparai tutti i documenti per il visto, ma per problemi burocratici dovetti aspettare ancora un anno. Nel frattempo mi trasferii in Spagna, dove avviai un attività (bar-pizzeria) con risultati soddisfacenti; quando ormai pensavo di rimanere in questo paese mi arrivò il visto per l'America. Felicissimo intrapresi questa nuova avventura, ricco di buoni propositi e di speranze. Ma le speranze furono subito oscurate dal modo di vivere americano. Io che venivo da un paesetto del sud Italia, con non pochi problemi, mi ritrovai in un paese dove la cultura era decisamente diversa e con la quale non riuscivo a convivere. Quindi dopo un anno di continuo travaglio decisi di ritornare in Europa e andai a lavorare a Como in un
golf-club, dove incontrai un giapponese, il Sig. Nakaguchi (un magnate dell'industria giapponese), che mi propose di andare a lavorare in Giappone. All'epoca per me non c'era differenza tra Cina, Giappone e Corea, pensavo fossero tutti uguali. Arrivai in Giappone nel 1990 e mi integrai da subito, nonostante le enormi differenze culturali. Mi accolsero come un "sensei" (maestro) e io compresi che mi si stava presentando l'occasione della mia vita. In pochissimo tempo imparai il giapponese e cercai di apprendere le tradizioni culturali che questo paese nasconde. Dopo poco tempo mi fidanzai con una ragazza giapponese che poi divenne mia moglie.
Può descrivere, cortesemente, ai nostri lettori come funziona in larga massima questo mercato e la ristorazione in particolare?
Avviai il mio primo ristorante nel 1996 con grandi difficoltà economiche (le banche non avevano fiducia nei "gaijin", cioè gli stranieri, e il padrone del locale dove ho il ristorante non voleva affittarmelo) e personali (la mia fidanzata aspettava un bambino). Mi sentivo discriminato e arrivai al punto di odiare questo paese, ma poco alla volta le cose iniziarono a funzionare bene, mi feci prestare il denaro di cui avevo bisogno da un americano e dopo soli tre anni estinsi il debito e iniziai la mia fortuna. Mio fratello ed alcuni cugini si sacrificarono e vennero in Giappone per aiutarmi, lavorando duramente con compensi economici irrisori. Inoltre, ho trovato dei ragazzi giapponesi che mi hanno aiutato tantissimo e mi sono stati vicino.
L'anno scorso ho ampliato la mia attività aprendo un servizio catering. Ho affittato un capannone poco fuori Tokyo ed ho importato tutte le attrezzature dall'Italia, creando una fabbrica la cui produzione varia dal gelato italiano, alla pasta fresca e così via. Non soddisfatto di questo, ho ancora aperto un bar Fast-food dove si possono gustare ravioli di pesce, pizza, ciabatte e caffè espresso. In tutti questi anni ho imparato una cosa importantissima: se si lavora seriamente, in Giappone si viene apprezzati e rispettati. Noi italiani godiamo di un'ottima immagine e la nostra cucina è molto amata, basti pensare che nella sola Tokyo ci sono circa 2.000 ristoranti italiani, anche se di veramente italiani ce ne saranno forse una decina.
Quali sono state le sue impressioni entrando nel mondo del lavoro nipponico?
Appena arrivato in questo paese ho avuto l'impressione di essere in un manicomio ben organizzato, nel senso che tutto mi sembrava illogico, ma, una volta studiate la lingua e la cultura tutto è diventato comprensibile. Il mondo del lavoro non è così semplice, sembra vagamente quello della Sicilia, dove se non hai una raccomandazione tutte le porte sono chiuse. Noi italiani abbiamo una mentalità diversa, vogliamo tutto e subito, mentre i giapponesi sono molto riflessivi e costanti. Hanno ancora il concetto dell'onore, della famiglia e soprattutto uno spiccato attaccamento al lavoro, la compagnia per cui lavorano diventa una ragione di vita.
Lei ha imparato la lingua; ma quali difficoltà ha incontrato ugualmente all'inizio nei suoi rapporti di lavoro?
Non si impara il giapponese come lingua, ma si studia la filosofia del paese e una volta appresa questa si parla automaticamente la lingua. Naturalmente all'inizio cercavo di spiegarmi in inglese, lingua che stranamente poche persone parlano ma che tutti scrivono e leggono.
E, per i rapporti interpersonali con il mondo del lavoro esterno, che impressioni ne ha ricavate?
Quando arrivai in questo paese ebbi l'impressione che i giapponesi erano tutti simili a dei robot, ma mi sono ricreduto con il tempo. I giapponesi hanno una sensibilità e un'armonia interiore che ha dell'innocente e del puro.
Che giudizio darebbe dei suoi colleghi giapponesi nel campo della ristorazione?
Io ritengo che la ristorazione sia trasmettere la propria cultura attraverso il cibo, quindi è molto difficile che uno straniero riesca a dare il 100% in una realtà a lui estranea. Ciò non toglie che ci siano chef giapponesi che come tecnica e capacità siano molto validi e che io personalmente rispetto molto.
Che risultati professionali ritiene di aver raggiunto durante la sua permanenza in Giappone?
Le rispondo in due parole: in Italia lavoravo per mille euro al mese. Oggi, in Giappone, la mia società fattura cinque milioni di Euro all'anno.
Come vede il futuro del mercato giapponese nell'ambito della Vostra specifica attività aziendale?
Il futuro in Giappone è un terno al lotto, nel senso che politicamente ed economicamente il paese è in crisi, come del resto lo sono anche l'America e l'Europa. Io ho fiducia nel Giappone, perché è il mio paese adottivo. Personalmente lavoro in un'area economica che, anche se in crisi, non potrà scomparire, al peggio si ridurranno i profitti. La gente forse conterrà le spese per un Armani, un Prada o per la Ferrari, ma non rinuncerà mai ad un buon piatto di pasta e ad un bicchiere di vino.
Infine, quali suggerimenti darebbe ai colleghi italiani che volessero avventurarsi in questo mercato?
Prima di venire in Giappone è necessario fare delle ricerche approfondite o farsi aiutare dagli enti competenti (Camera di Commercio, ICE ecc.), perché prendere l'aereo e venire qui allo sbaraglio è molto pericoloso, il paese è carissimo. E come ho gia affermato, se non si hanno conoscenze non si fa niente.
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