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| DAL
MONDO DI ... MODA |
LA
CRISI DEI GRANDI MAGAZZINI
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Maasaki
Sakaguchi,
Presidente della Synergy Planning Co.Ltd, Tokyo |
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Nel
settore vendite giapponese, i grandi magazzini e la
grande distribuzione in generale occupano una
posizione di estrema rilevanza. In generale,
inoltre, la distribuzione della moda italiana viene
condotta da specialisti di dimensioni più piccole.
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Sogo,
uno dei maggiori grandi magazzini
giapponesi, è fallito nel mese di luglio.
Questo fallimento coinvolge in modo
significativo tutta l’industria della moda
e degli accessori in Giappone. Il caso di
Sogo rappresenta infatti non soltanto un
problema limitato a quella azienda, bensì
è diventato l'icona di una sfida che tutto
il settore della grande distribuzione
giapponese si trova ad affrontare. Ogni
grande magazzino infatti deve fare i conti
con la difficoltà di dover gestire un
elevato numero di punti vendita, molti dei
quali sono in perdita. |

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D'altro
canto, tuttavia, si stanno affacciando sul mercato
nuovi attori che stanno ottenendo dei buoni
risultati. Mi riferisco ai "negozi da 100
yen", che propongono merci di uso comune a
prezzi intorno alle 2.000 Lire italiane, ai
"negozi di riciclo", ai "factory
outlet stores" e ai cosiddetti "select
shops", negozi di moda con un'eccellente
selezione di prodotti che si rivolgono ai
consumatori più giovani.
Qual
è la differenza maggiore fra i grandi magazzini e i
sopra descritti punti vendita? In primo luogo il
sistema di approvvigionamento. Questi nuovi attori
acquistano la merce direttamente dai produttori sia
in Giappone che all'estero, senza passare dai
grossisti. Oggi più che mai il settore della moda
non consente più di fare dei prezzi al consumatore
che includano margini doppi, per grossisti e
rivenditori. Anche quando i prezzi iniziali sono
elevati, l'unica scelta possibile è quella di
effettuare rapidamente periodi di saldo per
abbassare i prezzi e incrementare le vendite.
In
secondo luogo, c'è la questione dei marchi di
prestigio. I grandi magazzini vendono molte firme
importanti attraverso i cosiddetti shop-in-shops,
ovvero dei mini negozi brandizzati all'interno del
magazzino. Un marchio è in grado di mantenere uno
status elevato grazie al valore dell'informazione,
che viene generata non solo dal prodotto in sé ma
anche dalle operazioni svolte sul punto vendita e
dalla pubblicità.
I grandi magazzini stessi sono stati in passato dei
marchi di successo, ma a causa degli errori
commessi, il loro valore è diminuito. Non sono mai
stati in grado, ad esempio, di sviluppare prodotti o
servizi propri, dipendendo troppo dalla catena
distributiva tradizionale.
In
terzo luogo, il sistema dei grandi magazzini
richiede costi operativi molto alti. Ciononostante
né la dirigenza né gli impiegati percepiscono
ancora un senso di crisi, anche se molti di loro si
trovano ormai da tempo a lavorare in negozi in
deficit. Ciò è dovuto ad una mancanza di spirito
imprenditoriale e al fatto che il loro senso critico
si era paralizzato durante il periodo della bolla
economica degli anni ottanta.
Questi
problemi vengono condivisi con i distributori di
accessori e di prodotti di moda: anch'essi hanno
costi gestionali molto elevati e dipendono
ampiamente dagli spazi loro concessi all'interno dei
reparti. La grande distribuzione agisce, in un certo
senso, da proprietario immobiliare, poiché si
limita in realtà a fornire uno spazio ai
distributori. Ed in questo sono simili ai grossisti
stessi. Ma il mercato attuale non permette più la
presenza simultanea di due o tre sistemi di
grossisti. Ogni settore deve mostrare di avere una
propria ragione d'essere. I consumatori non si
sentiranno sperduti se qualcuno di questi punti
vendita dovesse chiudere. Ciò che è evidente è
che questo tipo di sistema deve essere eradicato.
Le aziende italiane che producono marchi prestigiosi
si sono create spesso shop-in-shops all'interno dei
grandi magazzini giapponesi, poiché si aspettavano
che la grande distribuzione avrebbe generato alti
volumi di vendita. Recentemente, tuttavia, hanno
incominciato a spostarsi verso punti vendita
singoli. Ciò è dovuto a due ragioni: da un lato il
crollo del costo dei terreni, dall'altro
l'importanza che viene attribuita al controllo
dell'immagine. I negozi singoli consentono maggiori
spazi di manovra in termini di design e di
presentazione della merce rispetto ai punti vendita
all'interno dei grandi magazzini, che hanno invece
uno spazio limitato e soffitti molto bassi.
Se i marchi italiani fuggiranno uno dopo l'altro dai
grandi magazzini giapponesi, la situazione di questi
ultimi non potrà che peggiorare ulteriormente.
Molti grandi magazzini giapponesi avevano cominciato
la loro storia come rivenditori di kimono, ma
quest'industria dalla lunga tradizione deve ormai
affrontare un'importante crisi.
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Sakaguchi-san
è un noto esperto nel campo della moda in
Giappone, sia per il tessile che per
l'abbigliamento, con una vasta esperienza
acquisita in attività di merchandising.
La sua Società svolge attualmente
attività di consulenza per conto di
importanti gruppi giapponesi ed agenzie
governative, oltre ad attività editoriali
ed educative nel settore della moda.
Per contattare via e-mail:synergy@japanitaly.com
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Articoli
tratti dal numero di luglio 2000 della rivista JTN
Monthly Asia's Foremost Textile Journal
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JAPAN
CREATION 2001 - TOKYO, 6-8 DICEMBRE 2000
La
Fiera Japan Creation 2001, una delle maggiori esposizioni
di tessuti e prodotti tessili in Asia, si terrà dal 6
all'8 dicembre di quest'anno al Tokyo Big Sight East Hall.
Lo spazio espositivo coprirà 24.000 metri quadri, 1,5
volte in più rispetto alle edizioni precedenti. Il numero
di visitatori della precedente edizione è stato 48.161, e
gli organizzatori si aspettano di raggiungere i 50.000
quest'anno.
Le
domande per la partecipazione alla fiera, organizzata dal
Japan Creation Executive Committee, sono scadute il 31
maggio 2000. Si è registrato un notevole aumento di nuovi
espositori rispetto alle precedenti edizioni: su 336
domande i nuovi espositori sono stati 129. Le iscrizioni
erano aperte anche a società straniere, ma soltanto se
queste erano legalmente registrate in Giappone.
L'intenzione
degli organizzatori è di coltivare nuovi mercati
esponendo prodotti originali, al fine di trovare nuovi
clienti che conducano a relazioni commerciali stabili,
piuttosto che a grossi volumi di vendita one spot.
L'idea
è inoltre quella di promuovere tendenze originali
utilizzando tessuti creativi ed originali giapponesi,
sbarazzandosi della dipendenza dalle tendenze europee. Il
Comitato organizzatore della fiera, a questo scopo, si è
occupato di visitare i diversi distretti di produzione
tessile del Giappone, fornendo così assistenza nella
pianificazione e nello sviluppo di nuovi tessuti.
| DAL
MONDO DI ... GIOIELLERIA |
L'UNIVERSO
FEMMINILE
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L’universo
femminile, riconosciuto estimatore di monili e
gioielli, può essere suddiviso in funzione dello
stile di vita e della fascia di età in tre
categorie, ciascuna alla ricerca di modelli
diversi di preziosi.
Il
primo gruppo, per fascia d’età, è quello delle
“neo
consumatrici”,
principalmente nella fascia
d’età 15-19 anni (all’incirca 4,3
milioni di potenziali acquirenti). Per lo più si
tratta di persone ai primi acquisti di preziosi,
alla ricerca di prodotti di oreficeria leggeri e
semplici. Si tratta di giovani donne che vogliono
lasciare libertà alla propria creatività e
fantasia per poter esprimere il proprio modo di
essere attraverso ogni ornamento. Il segmento può
essere identificato come target del segmento moda.
Il
secondo gruppo è quello delle “consumatrici
di mezzo”
, ovvero studentesse o giovani donne all’inizio
della loro carriera lavorativa, per lo più con
meno di due anni di esperienza di lavoro, di età
compresa tra i 20 e i 24 anni. In totale si
possono ipotizzare circa 4.8 milioni di potenziali
clienti nel segmento. Le appartenenti al gruppo
sono molto attente alle tendenze della moda, anche
se l’attenzione maggiore è rivolta verso monili
dalle forme classicheggianti. Si tratta di persone
dal gusto raffinato che possiede, in media, circa
sei pezzi di gioielleria a testa.
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La
preferenza viene accordata agli anelli,
anche se ultimamente gli orecchini a clip
o forati ed i ciondoli cominciano ad
essere richiesti insieme alle collane, in
particolare le catene sottili e leggere in
abbinamento con i ciondoli stessi. La
maggioranza dei gioielli acquistati – in
media 1,5 a testa all’anno - si colloca
nella fascia di prezzo compresa tra i 150
ed i 240 dollari americani, anche se, in
occasione della gratifica semestrale, gli
acquisti effettuati posso essere anche di
800 dollari americani. |
L’ultimo
gruppo è quello delle “giovani
grandi consumatrici”
, comprendente 7.9 milioni di potenziali
acquirenti di età compresa
tra i 30 ed i 40 anni, con una consolidata
esperienza lavorativa.
Le
donne di questo segmento sono tendenzialmente di
gusto tradizionalista, privilegiando la qualità
alle tendenze moda. La scelta cade principalmente
su gioielli appariscenti, che si “impongono”
anche se indossati singolarmente. I preziosi
vengono considerati come lo strumento privilegiato
per innalzare il proprio status e per questo
apprezzano con difficoltà il prodotto nazionale,
ritenendo il monile d’importazione, in
particolare italiano, il più adatto a valorizzare
il proprio gusto.
Il prezzo medio pagato per acquistare un
gioiello in oro si aggira sui 400/500 dollari
americani, ma può raggiungere, in alcuni casi,
anche valori di duemila dollari americani, perché
l’acquisto è indipendente dal valore del
monile, essendo emozionale.
Attirando
l’attenzione del segmento con prodotti di alto
richiamo, questo gruppo potrebbe diventare il più
ampio serbatoio di consumatrici di gioielli.
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Luana
Carcano Esperta del settore
Per contattare, e-mail: carcano@japanitaly.com |
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| DAL
MONDO DI ... ALIMENTARI |
L'IMPORTANZA
DELLE ETICHETTE |
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Signora
Kazuko Nagamoto
Presidente della Ict Shokubunka-kikaku Ltd.Tokyo |
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In
primo luogo, per poter esportare
merce in Giappone occorre cercare degli importatori
giapponesi, a cui è necessario spiegare con una
certa logica la bontà e ottima qualità dei
prodotti alimentari italiani che cercate di
esportare.
In
Giappone pochissimi esportatori conoscono
l'italiano e la maggioranza usa come lingua
di
comunicazione l'inglese. Ma se potete
trattare in lingua giapponese, e di conseguenza in
modo chiaro almeno la presentazione della vostra
merce, la possibilità di esportare
il prodotto sicuramente sarà
di gran lunga superiore.
Nella
presentazione non va dimenticata la descrizione
delle modalità di produzione e i componenti o gli
ingredienti. Gli importatori riescono a capire,
leggendo questa spiegazione, se è possibile o
meno importare tale prodotto. Queste due
informazioni devono essere allegate come documenti
al momento dell'importazione in Giappone del
prodotto, per cui sono indispensabili.
Quando
si prepara il testo in giapponese della
descrizione del prodotto, occorre stare attenti
alla scrittura giapponese. In giapponese si
usano molti ideogrammi. Alla parola "hashi",
per esempio, corrispondono diverse parole: ponte,
bacchette per mangiare, estremità e se si sbaglia
l'uso di questi ideogrammi il testo diventa
ridicolo ed è possibile rovinare anche l'immagine
del prodotto stesso. Suggerirei, quindi, di stare
molto attenti su questo punto. Dopodiché, tenendo
conto del costo di traduzione, ecc., potete
ritornare ad usare l'inglese.
Per
esportare il prodotto, ci sono alcune
considerazioni da fare, oltre all'importanza del
sapore del prodotto alimentare. Prima di tutto, l'etichetta.
Questa deve essere scritta
tutta in italiano. I
consumatori giapponesi devono sentire, osservando
l'etichetta, il Paese Italia. Se scrivete in
inglese o, per troppo scrupolo vi sforzate a
scrivere in giapponese, questo può causare
l'effetto contrario, diminuendo il
"fascino" del prodotto stesso. Occorre ,
quindi, usare l'etichetta originale, conforme alla
legislazione italiana vigente.
Per
quanto riguarda l'etichetta
in giapponese, poiché è obbligatorio
l'accompagnamento di tale etichetta al momento di
introdurre il prodotto in Giappone, provvederanno
gli importatori a prepararla, per cui non è
necessario che vi preoccupiate di questo. La parte
giapponese (gli importatori) deve evidenziare
sull'etichetta:
1)
nome del prodotto, 2) materie prime, 3) additivi,
coloranti, 4) quantità, 5) data di scadenza, 6)
nome e indirizzo dell'importatore, 7) paese di
origine. In più, nel caso per esempio di succhi
di frutta, anche 1) nome della frutta, 2)
percentuale contenuta, 3) regole di consumo - per
esempio la necessità di consumarlo subito dopo
l'apertura del contenitore - , e se si tratta di
formaggi, occorre indicare anche il tipo di
formaggio, "naturale", "tipo
blue" (come gorgonzola), "altro".
Per poter preparare questa etichetta, è molto
importante dare all'importatore una documentazione
precisa.
Dovrete
stare attenti anche quando
applicate l'etichetta al prodotto, facendo
questa operazione con cura affinché non si
sporchi o che non venga applicata storta. Il
Giappone è un paese che esporta i prodotti di
precisione come gli orologi Seiko e Citizen, per
cui i giapponesi sono molto sensibili a questo
aspetto della "precisione" scrupolosa.
Succede da noi che, solo a causa dell'etichetta
messa male, il valore commerciale del prodotto
diminuisce e i negozianti al dettaglio sono
costretti ad abbassare di molto il prezzo del
prodotto per poterlo vendere direttamente ai
consumatori.
Se
succedono questi "incidenti", potrete
essere sicuri che non ci sarà una nuova
ordinazione.
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Kazuko
Nagamoto,
Presidente della Ict
Shokubunka-kikaku Ltd.Tokyo, è
un'esperta nel settore
agroalimentare. Nel 1997 ha
costituito la società "Ict"
per aiutare a diffondere la
cultura culinaria italiana in
Giappone. Attualmente, la "Ict"
organizza corsi di
"formazione sulla cucina
italiana" per cuochi e di
"formazione per
sommelier" che vengono
organizzati in Italia per
personale giapponese, sviluppando
l'attività con la ICT Italia e
con la collaborazione di
associazioni di categoria quali,
la Fed.Italiana Cuochi (FIC) e l'Ass.It.
Sommelier (AIS).
Per contattare, e-mail: ict@japanitaly.com |
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