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Lo
sviluppo della robotica in Giappone data dal 1960
ma e’ solo dal 1975 che l’industria
manufatturiera passo’ dal sistema flessibile
all’automazione della fabbrica. I robot
industriali divennero cosi’ parte integrante del
nuovo sistema produttivo come un mezzo per
effettuare lavorazioni ripetititve, migliorare
l’efficienza e diminuire i costi. Secondo le
stime del MITI, il mercato e’ passato dai 300
miliardi di Yen del 1985 ai 600 miliardi nel 1991
(quasi 12mila miliardi di lire al cambio attuale),
anno di picco della produzione di robot.
Essendo
partiti tra i primi verso questa forma produttiva,
l’industria giapponese della robotica divenne
ben presto leader mondiale, sostenuta – tra
l’altro – da una forte domanda interna. La
peculiarita’ della produzione di robot,
tuttavia, e’ data dal fatto che l’industria
produceva robot monofunzione, almeno in questa
prima fase di crescita..
La
domanda per robot industriali e’ cresciuta in
modo sostenuto almeno fino ai primi Anni 90,
trainata soprattutto dall’industria
automobilistica ed elettronica; la successiva
recessione ha fortemente ridimensiontato il
mercato creando una sistuazione di estrema
concorrenza fra le case produttrici, anche per via
della crescita di analoghe industrie nei Paesi
Occidentali. Secondo la Japan Robot Association,
la produzione di robot e’ calata a 447 miliardi
di Yen nel 1999, il 22% essendo costituito da
robot a controllo numerico, il 13% da robot
intelligenti, il 12% a sequenza fissa ed il 5% da
robot a sequenza variabile e quasi la meta’ del
totale da robot di funzione. La diminuzione
della domanda interna ha portato ad una riduzione
dei profitti per via, appunto, di una accresciuta
competititvita’ del settore che ha costretto i
produttori, sia di robot che di apparecchiature
periferiche, a ridurre i margini.
La
situazione di mercato sudescritta e lo sviluppo
tecnologico attuato in Europa e negli USA hanno
creato le premesse per uscire dall’isolamento
produttivo e cercare nuovi vantaggi competititvi
attraverso accordi commerciali e, soprattutto,
scambi tecnologici esterni. La progressiva
globalizzazione in settori merceologici
particolarmente sensibili, come appunto
l’automobile, hanno infatti determinato una
forte price sensitivity e, quindi, la ricerca di
nuove fonti di approvvigionamento. Inoltre, gli
alti costi di R & S necessari per
l’innovazione produttiva hanno suggerito ai
produtttori giapponesi di scegliere la strada
della cooperazione con produttori esteri. Di
interesse anche il fatto che la domanda per
attrezzature necessarie per la manutenzione dei
robot e’ in forte crescita.
Le
prime stime di vendita per l’anno in corso e le
previsioni per il prossimo anno indicano che si
e’ in presenza di una moderata ripresa della
domanda. Tuttavia, la concorrenza e’ divenuta
molto dinamica per la progressiva presenza di
nuovi attori dall’esterno; i produttori
nazionali, pertanto, sono costretti a confrontarsi
con una situazione di mercato certamente non
facile che li costringe a ricercare sinergie e
politiche aziendali di collaborazione industriale,
anche con produttori esteri. La domanda, infatti,
si e’ modificata con la richiesta di prodotti
multifunzione soprattutto da parte
dell’industria automobilistica (saldatura,
verniciatura, assemblaggio), che ha costretto
molte aziende a fusioni o ridimensionamenti
produttivi di una certa entita’.
Gli
Stati Uniti ed i mercati asiatici rappresentano un
formidabile mercato di esportazione per i
produttori giapponesi con oltre 118 miliardi di
Yen nel 1998. Nel 1999, la domanda da parte
dell’industria automobilistica americana,
soprattutto per robot saldatori, e
dell’industria dell’elettronica nei Paesi
asiatici ha raggiunto un massimo di 223 miliardi
di Yen. Questo trend positivo ha ha contrastato un
sensibile calo della domanda interna di piu’ del
4%.
Al
contrario, l’importazione di prodotti stranieri
ha sempre incontrato grande difficolta’, sia per
gli alti prezzi (I prodotti giapponesi sono
mediamente piu’ bassi del 30% dei corrispondenti
prodotti americani e europei per via delle
economie di scala possibili) che per le
difficolta’ distributive e di “servizio”
post-vendita. Vi sono, tuttavia, alcune nicchie di
mercato in cui i produttori giapponesi sono
deboli, quali ad esempio i sensori, i servomotori,
il software di controllo, dove i produttori esteri
possono facilmente introdursi, purche’ trovino
un partner giapponese che permetta di ovviare alle
difficolta’ distributive e di manutenzione. Non
vi sono, infatti, barriere all’ingresso
particolari; i dazi doganali sono modesti. Il
problema e’ quasi soltanto di tipo culturale, a
parita’ di condizioni di mercato, in quanto gli
acquirenti giapponesi sono particolarmente legati
ai loro fornitori connazionali. La strategia che
un produttore italiano dovrebbe seguire, pertanto,
e’ quella di stringere accordi distributivi (ed
eventualmente in un secondo tempo di
collaborazione industriale) con un partner
giapponese.
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