| ITALIANI IN GIAPPONE |
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Intervista a Riccardo Amadei |
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Il
torinese Riccardo Amadei è uno dei cinque interpreti in
grado di tradurre in simultanea tra le lingue italiana e
giapponese. E tra questi cinque è l’unico di
madrelingua italiana. E’ lui a seguire e a tradurre i
nostri ministri e parlamentari durante le visite di stato in
Giappone. Ha fondato a Tokyo la società di traduzioni e
interpretariato Amadei Co. Ltd., e si occupa anche
dell’insegnamento della lingua italiana. Recentemente ha
tradotto in lingua giapponese Il libro "Perché
diciamo le bugie" di Gianna Schelotto, che è stato
pubblicato dalla casa editrice Aoyama Shuppan.
Jibo:
Signor Amadei, quando è arrivato in Giappone e che cosa
l’ha portata qui?
R.A.:
Sono arrivato nel 1968, poco prima dell’inizio dei moti
studenteschi a Parigi, moti che poi si sono naturalmente
estesi anche in Giappone. Avevo fatto studi di giapponese
all’Ismeo a Torino e poi all’Università di Venezia,
desideravo approfondire certi aspetti della cultura
giapponese e quindi ho fatto domanda per una borsa di
studio che mi è stata data.
Jibo:
Come si trova a vivere in Giappone?
R.A.:
In questi trentadue anni, ho fatto spesso
avanti e indietro e ho lavorato anche altrove come
interprete per società giapponesi, ma la mia vita è
sostanzialmente basata a Tokyo. In Giappone si vive bene e
male, come in Italia. Dipende dalle persone, alcuni
preferiscono sentirsi “liberi” piuttosto che
etichettati e inscatolati, anche se questa libertà spesso
equivale alla totale anarchia.
Jibo:
Quali sono i cambiamenti a cui ha assistito in questi
trent’anni in Giappone?
R.A.:
Beh, il Giappone oggi è ancora più americanizzato
rispetto a trent’anni fa, anche se si tratta di un’americanizzazione
piuttosto superficiale. Per farvi capire vi dirò che la
civiltà giapponese viene definita in giapponese hanpan
bunka. Si tratta di un pane speciale all’interno del
quale c’è dell’hanko, cioè la pasta di
fagioli rossi; quindi è una cultura a forma di hanpan,
dove l’involucro esterno è occidentale – il pane –
ma quando la addenti ti accorgi che l’interno è
profondamente giapponese. L’aspetto esteriore della
civiltà giapponese, ciò che vediamo per le strade, è
una questione superficiale ma lo spirito di questo popolo
resta ancora estremamente giapponese, in senso positivo ma
anche negativo. Il Giappone è cambiato molto in
superficie, ma ha ancora molta strada da fare se vuole
cambiare davvero, particolarmente in termini di
democratizzazione della politica o liberalizzazione
dell’economia. Perché questo cambiamento arrivi
veramente in profondità e raggiunga lo spirito ci vorrà
ancora molto tempo.
Jibo:
Ma è poi giusto che si cambi lo spirito di un popolo?
R.A.:
Non necessariamente, ma se il Giappone vuole far
parte di una società globale che si basa sul modello
americano deve necessariamente crearsi una base comune con
l’Occidente.
Jibo:
Cosa consiglierebbe ad un operatore italiano che desidera
affacciarsi sul mercato giapponese?
R.A.:
Innanzi tutto di avere una pazienza da Giobbe!
Bisogna insistere, insistere e insistere, ma quando ci si
è fatti un cliente, questi rimarrà "fedele"
per molto tempo, a meno che non succeda qualcosa di
davvero molto grave. L’operatore italiano che va in Giappone
deve essere disposto a dedicare del tempo per scavarsi una
nicchia solida.
Jibo:
Dal punto di vista linguistico, consiglia di utilizzare
l’inglese o ritiene indispensabile affidarsi ad un
interprete che conosca bene l’italiano e il giapponese?
R.A.:
A questo proposito le racconto una storiella che è
uscita sui giornali giapponesi: quando Clinton è venuto
in Giappone per il summit che si è tenuto a Okinawa,
il primo ministro Mori si è messo a studiare l’inglese
a tutto spiano, per poter dire almeno i convenevoli.
Allora ha imparato a dire “How are you?” e a
rispondere “Me too” quando l’altro gli dice “Fine,
and you?”. Quando Mori ha dovuto però salutare Clinton,
invece di chiedergli “How are you?” gli ha domandato
“Who are you?” e alla risposta di Clinton “I am
Hillary’s husband”, Mori ha replicato “Me too”.
Questo è per dare un po’ l’idea del livello di
conoscenza dell’inglese da parte dei giapponesi.
Ovviamente non vale per tutti, ma sicuramente per
parecchie persone. Io direi che se i contatti sono
soltanto all’inizio ci si può anche arrangiare con
l’inglese, ma quando si arriva a livelli più
importanti, a stipulazioni di contratti, costituzioni di
joint venture, questioni finanziarie e così via direi che
è il caso di affidarsi ad un esperto della lingua e
magari anche delle usanze del paese, per evitare
incomprensioni e sorprese.
Jibo:
Qual è l’immagine che i giapponesi hanno dell’Italia?
R.A.:
Sostanzialmente positiva, anche se l’idea generale è
che noi italiani facciamo tutte le cose in modo un po’
casuale e siamo dunque poco affidabili, pasticcioni o
sempre in ritardo. Per certi aspetti hanno anche ragione,
ma io ribatto sempre che i medesimi problemi si possono
trovare esattamente identici anche nei giapponesi!
Riccardo
Amadei è una persona equilibrata con una profonda
conoscenza della realtà e della cultura giapponese e
mentre parla si percepisce un grande amore per questo
Paese, anche se resta ancora profondamente legato alle sue
radici italiane.
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