0 JAPAN-ITALY Business On-line
MERCATI - ITALIANI IN GIAPPONE  (mensile) 20 novembre  2000  
0

 ITALIANI IN GIAPPONE
Intervista a Riccardo Amadei

 

Il torinese Riccardo Amadei è uno dei cinque interpreti in grado di tradurre in simultanea tra le lingue italiana e giapponese. E tra questi cinque è l’unico di madrelingua italiana. E’ lui a seguire e a tradurre i nostri ministri e parlamentari durante le visite di stato in Giappone. Ha fondato a Tokyo la società di traduzioni e interpretariato Amadei Co. Ltd., e si occupa anche dell’insegnamento della lingua italiana. Recentemente ha tradotto in lingua giapponese Il libro "Perché diciamo le bugie" di Gianna Schelotto, che è stato pubblicato dalla casa editrice Aoyama Shuppan.

 

Jibo: Signor Amadei, quando è arrivato in Giappone e che cosa l’ha portata qui?

 

R.A.: Sono arrivato nel 1968, poco prima dell’inizio dei moti studenteschi a Parigi, moti che poi si sono naturalmente estesi anche in Giappone. Avevo fatto studi di giapponese all’Ismeo a Torino e poi all’Università di Venezia, desideravo approfondire certi aspetti della cultura giapponese e quindi ho fatto domanda per una borsa di studio che mi è stata data.

 

Jibo: Come si trova a vivere in Giappone?

 

R.A.: In questi trentadue anni, ho fatto spesso avanti e indietro e ho lavorato anche altrove come interprete per società giapponesi, ma la mia vita è sostanzialmente basata a Tokyo. In Giappone si vive bene e male, come in Italia. Dipende dalle persone, alcuni preferiscono sentirsi “liberi” piuttosto che etichettati e inscatolati, anche se questa libertà spesso equivale alla totale anarchia.

 

Jibo: Quali sono i cambiamenti a cui ha assistito in questi trent’anni in Giappone?

 

R.A.: Beh, il Giappone oggi è ancora più americanizzato rispetto a trent’anni fa, anche se si tratta di un’americanizzazione piuttosto superficiale. Per farvi capire vi dirò che la civiltà giapponese viene definita in giapponese hanpan bunka. Si tratta di un pane speciale all’interno del quale c’è dell’hanko, cioè la pasta di fagioli rossi; quindi è una cultura a forma di hanpan, dove l’involucro esterno è occidentale – il pane – ma quando la addenti ti accorgi che l’interno è profondamente giapponese. L’aspetto esteriore della civiltà giapponese, ciò che vediamo per le strade, è una questione superficiale ma lo spirito di questo popolo resta ancora estremamente giapponese, in senso positivo ma anche negativo. Il Giappone è cambiato molto in superficie, ma ha ancora molta strada da fare se vuole cambiare davvero, particolarmente in termini di democratizzazione della politica o liberalizzazione dell’economia. Perché questo cambiamento arrivi veramente in profondità e raggiunga lo spirito ci vorrà ancora molto tempo.

 

Jibo: Ma è poi giusto che si cambi lo spirito di un popolo?

 

R.A.: Non necessariamente, ma se il Giappone vuole far parte di una società globale che si basa sul modello americano deve necessariamente crearsi una base comune con l’Occidente. 

 

Jibo: Cosa consiglierebbe ad un operatore italiano che desidera affacciarsi sul mercato giapponese?

 

R.A.: Innanzi tutto di avere una pazienza da Giobbe! Bisogna insistere, insistere e insistere, ma quando ci si è fatti un cliente, questi rimarrà "fedele" per molto tempo, a meno che non succeda qualcosa di davvero molto grave. L’operatore italiano che va in Giappone deve essere disposto a dedicare del tempo per scavarsi una nicchia solida.

 

Jibo: Dal punto di vista linguistico, consiglia di utilizzare l’inglese o ritiene indispensabile affidarsi ad un interprete che conosca bene l’italiano e il giapponese?

 

R.A.: A questo proposito le racconto una storiella che è uscita sui giornali giapponesi: quando Clinton è venuto in Giappone per il summit che si è tenuto a Okinawa, il primo ministro Mori si è messo a studiare l’inglese a tutto spiano, per poter dire almeno i convenevoli. Allora ha imparato a dire “How are you?” e a rispondere “Me too” quando l’altro gli dice “Fine, and you?”. Quando Mori ha dovuto però salutare Clinton, invece di chiedergli “How are you?” gli ha domandato “Who are you?” e alla risposta di Clinton “I am Hillary’s husband”, Mori ha replicato “Me too”. Questo è per dare un po’ l’idea del livello di conoscenza dell’inglese da parte dei giapponesi. Ovviamente non vale per tutti, ma sicuramente per parecchie persone. Io direi che se i contatti sono soltanto all’inizio ci si può anche arrangiare con l’inglese, ma quando si arriva a livelli più importanti, a stipulazioni di contratti, costituzioni di joint venture, questioni finanziarie e così via direi che è il caso di affidarsi ad un esperto della lingua e magari anche delle usanze del paese, per evitare incomprensioni e sorprese.

 

Jibo: Qual è l’immagine che i giapponesi hanno dell’Italia?

 

R.A.: Sostanzialmente positiva, anche se l’idea generale è che noi italiani facciamo tutte le cose in modo un po’ casuale e siamo dunque poco affidabili, pasticcioni o sempre in ritardo. Per certi aspetti hanno anche ragione, ma io ribatto sempre che i medesimi problemi si possono trovare esattamente identici anche nei giapponesi!

   

Riccardo Amadei è una persona equilibrata con una profonda conoscenza della realtà e della cultura giapponese e mentre parla si percepisce un grande amore per questo Paese, anche se resta ancora profondamente legato alle sue radici italiane.

 

 

 



Tutti i diritti di pubblicazione sono riservati.
Per ulteriori informazioni sul contenuto degli articoli si prega di contattare via e-mail:
notizie@japanitaly.com 

    

www.japanitaly.com
© Japanitaly.com srl   tutti i diritti sono riservati