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Due
parole per quanto riguarda il formaggio per cui
esiste ancora spazio per un ulteriore sviluppo,
soprattutto per quelli italiani la cui qualità,
genuinità e bontà è indiscussa.
I
formaggi di produzione australiana e neozelandese
sono adoperati come ingredienti per la lavorazione
dei prodotti industriali o come formaggi di basso
costo per la massa dei consumatori. Il loro
vantaggio deriva dal fatto che, trovandosi in
un'area geograficamente vicina al Giappone, il
costo di spedizione è contenuto ma certo non
possono assolutamente competere con quelli
italiani.
D'altra
parte, quelli di produzione francese o italiana
godono del prestigio e vengono classificati fra i
formaggi di elevata qualità. Ma l'Italia, a
differenza della Francia, dove esiste il mercato
dei formaggi in cui vige il sistema di acquistare
un'insieme dei formaggi prodotti dai piccoli
produttori, emettendo una fattura unica. Non
esiste il sistema di poter fare degli acquisti dei
formaggi provenienti da diversi piccoli produttori
dietro emissione di una fattura unica. Per questo
motivo se uno volesse importare dei formaggi di
piccole produzioni dall'Italia, gli oneri per
esempio dei costi di sdoganamento, ecc.
risulterebbero eccessivi, dovendo far fronte ad un
numero considerevole di fatture. In Italia si
trovano dei formaggi stupendi, più che in
Francia, ma dispiace constatare il fatto che
mancano degli organismi che riescano a sostenere
l'esportazione, oppure questi prodotti ancora non
vengono pubblicizzati abbastanza.
Esiste
un fenomeno che può essere criticato come di
imitazione degli altri, caro ai giapponesi:
recentemente hanno cominciati a diffondersi delle
mozzarelle di produzione nazionale. Chi osserva
questo fenomeno negativamente, penserà che
qualcuno abbia invaso il mercato. Ma, cambiando il
punto di vista, sarebbe possibile considerare
favorevolmente il fatto che su un terreno sterile,
in cui non esistevano degli acquirenti, ha messo
le radici un prodotto nuovo, sia pure di
produzione giapponese e penso che tale fenomeno
servirà di molto ad allargare la base dei
consumatori. Ora perfino nei locali di fast food
viene servita l'insalata caprese.
Esiste
poi, come ampiamente detto nei precedenti
articoli, una problematica sanitaria per
l'importazione in Giappone dei prodotti
alimentari. Le norme di controllo, per esempio
della verifica dei colibacilli, sono abbastanza
diverse tra Italia e Giappone. E' normale, quindi,
che le autorità sanitarie giapponesi dimostrino
un certo timore nei confronti dei prodotti
alimentari sconosciuti. Succede di conseguenza che
i valori che in Italia vengono considerati
"normali" non sono visti come tali da
parte delle autorità giapponesi e non vengono
ammessi. Inoltre esistono delle modalità di
produzione praticate in Italia e non ammesse in
Giappone.
Per
esempio il caso del formaggio pecorino sulla cui
superficie era stata spalmata una sostanza
antibiotica. In questi casi, anche se il contenuto
è di ottima qualità, non è ammessa
l'importazione del prodotto stesso in Giappone.
Il
terreno per accogliere dei formaggi di produzione
italiana è senz'altro preparato, per cui penso
che sia arrivato il momento in cui valga la pena
di far qualcosa per coltivarlo ed estenderlo.
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Kazuko
Nagamoto,
Presidente della Ict
Shokubunka-kikaku Ltd.Tokyo, è
un'esperta nel settore
agroalimentare. Nel 1997 ha
costituito la società "Ict"
per aiutare a diffondere la
cultura culinaria italiana in
Giappone. Attualmente, la "Ict"
organizza corsi di
"formazione sulla cucina
italiana" per cuochi e di
"formazione per
sommelier" che vengono
organizzati in Italia per
personale giapponese, sviluppando
l'attività con la ICT Italia e
con la collaborazione di
associazioni di categoria quali,
la Fed.Italiana Cuochi (FIC) e l'Ass.It.
Sommelier (AIS).
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