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Un
elemento che generalmente è sottovalutato quando
si procede all’esportazione verso il Giappone è
la confezione. Occorre, infatti, stare molto
attenti anche al contenitore. In questi ultimi
anni la sensibilità dei giapponesi verso
l'ecologia è aumentata, per cui si cerca di
rifiutare le materie che possono produrre diossina
durante l’incenerimento. Inoltre, poiché adesso
la raccolta dei rifiuti non è più gratuita, non
sono ben visti gli involucri voluminosi o le
impacchettature esagerate.
Per
quanto riguarda i prodotti alimentari, la prima
cosa che si affronta è il Controllo.
Il
certificato di analisi deve essere preparato in
Italia, a cura dell’esportatore. Questo
certificato deve essere emesso da enti
riconosciuti dal Ministero della Sanità
giapponese. Per quanto riguarda le piante, come
per esempio capperi o erbe aromatiche, occorre
allegare il certificato di non esposizione alle
radiazioni. Per il tartufo, ecc., occorre il
certificato di dichiarazione di origine
controllata. Poiché‚ non tutti gli istituti
attuano questo tipo di analisi, è necessario che
vi rivolgiate agli enti idonei e riconosciuti
dalle Autorità giapponesi.
Parlando
di un piccolo dettaglio burocratico, in Giappone
per rendere ufficiale un documento generalmente è
necessario apporre dei timbri (hanko) al posto
delle firme. Al modulo ufficiale riconosciuto in
Italia, sul documento bisogna apporre quindi dei
timbri degli enti o istituti preposti. Se
esportate per la prima volta la merce in Giappone,
suggerirei pertanto di cercare e scegliere degli
operatori esperti nello sdoganamento.
Per
quanto riguarda questi certificati, normalmente
bastano quelli fatti in Italia, ma frequentemente
succedono degli incidenti or ora descritti. Ma in
Giappone il Ministero della Sanità attua
regolarmente delle ispezioni senza preavviso e
quando viene scoperta la differenza tra la
descrizione del certificato e quella verificata
dal Ministero, può succedere che venga vietata
l'importazione di quella merce. Su questo aspetto
bisogna stare molto attenti. Prendiamo il caso
della frutta, per esempio il limone (non si tratta
di merce importata in Giappone), che ha bisogno
dei trattamenti conservativi stagionali. Cioè in
certe stagioni viene fatto un trattamento del
genere e in certe altre stagioni no. In questi
casi il contenuto dei conservanti varia secondo la
stagione.
Può
succedere che nel campione inviato sia registrata
una piccola quantità di conservanti, controllata
anche da parte giapponese, e anche sul Certificato
di analisi allegato alla merce sia dichiarata una
piccola quantità, ma al momento dell'ispezione
senza preavviso si potrebbe registrare una quantità
superiore. In questi casi si verificano senz'altro
dei problemi. Poiché il Certificato emesso in
Italia ha la validità di un anno, se viene
importata la merce raccolta in una stagione
diversa da quella in cui viene fatta l'analisi,
potrebbero accadere spiacevoli incidenti.
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Kazuko
Nagamoto,
Presidente della Ict
Shokubunka-kikaku Ltd.Tokyo, è
un'esperta nel settore
agroalimentare. Nel 1997 ha
costituito la società "Ict"
per aiutare a diffondere la
cultura culinaria italiana in
Giappone. Attualmente, la "Ict"
organizza corsi di
"formazione sulla cucina
italiana" per cuochi e di
"formazione per
sommelier" che vengono
organizzati in Italia per
personale giapponese, sviluppando
l'attività con la ICT Italia e
con la collaborazione di
associazioni di categoria quali,
la Fed.Italiana Cuochi (FIC) e l'Ass.It.
Sommelier (AIS).
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