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L'ORA DEL THE'  (quindicinale) 20 giugno 2000  
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 STILI E COSTUME
 IL RISO AMARO

Mi piacerebbe conoscere la storia del commercio italo-giapponese. Per esempio, quando è avvenuto il primo scambio commerciale fra il Giappone e l'Italia? Quale era l’esigenza di quel momento?  Che cosa ha comprato il Giappone dall'Italia e cosa ha venduto all'Italia. 

 

Qualcuno mi ha detto che i primi rapporti commerciali con l'Italia sono nati a causa della malattia dei bachi da seta in Europa. Un’epidemia aveva sterminato i bachi da seta che venivano allevati a Como e in altre città, per cui gli italiani hanno cominciato ad importare i bachi dal Giappone. Non so se ciò sia vero o meno, ma mi sembra probabile.
Io sono riuscito a risalire solo all'anno 1952 o 1953. Se ricordo bene il Giappone esportava verso l'Italia materie prime come il rame e importava prodotti alimentari. Non si trattava,  tuttavia, né di spaghetti né di pelati di pomodoro. 

Il Giappone importava dall'Italia il riso e il sale. Credo nel 1953 la quota del riso nelle importazioni totali giapponesi dall'Italia era del 90% e il sale registrava 10%. Ciò significa che il Giappone importava prodotti essenziali alla sopravvivenza. Poveri noi!  Si potrebbe dire che, in  parte, siamo stati salvati dall'Italia. Ed ora è molto difficile immaginare che il riso amaro di Novara e di Vercelli sia stato consumato proprio da quei giapponesi che oggi ammettono solo il riso di tipo japonica. (Con il boom della cucina italiana alcuni giapponesi hanno cominciato a dire che il riso di tipo indica, cioè quello italiano, è migliore per il risotto. Si tratta di una dichiarazione storica per  un popolo specializzato nel riso da 20 secoli!). 

Tanti giapponesi hanno visto il film "Il riso amaro", ma non credo che si rendano conto di aver mangiato proprio il riso italiano di Silvana Mangano  E purtroppo il titolo non è stato tradotto in modo da rendere il duplice significato del titolo originale. Ma ora sapendo tutto questo a me viene un certo sorriso.  Sarà un riso amaro?

 

La Redazione di Tokyo

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 BUSINESS HINTS
 L'ABITO NON FA IL MONACO

Questo è un proverbio universale, valido in linea di principio anche per gli uomini di affari giapponesi. Tuttavia, è opportuno — secondo noi — seguire alcuni principi fondamentali che aiutano a migliorare il clima di affari ed a portare a casa il risultato, che poi è quello a cui tutti teniamo!

Dunque, iniziamo col dire che l'abbigliamento tipico dell'uomo di affari giapponese è molto, molto tradizionale. Normalmente, si veste con un abito grigio o scuro, camicia immancabilmente bianca, cravatta anonima, scarpe scure. In effetti sembrano tutti uguali a noi occidentali che, all'inizio, non sappiamo distinguere le fisionomie! Qualche volta si vede qualcuno portare una camicia colorata; generalmente è un giapponese che ha vissuto per lavoro all'estero o che ci va spesso e quindi vede come si vestono i businessmen occidentali.

Questo stile è stato probabilmente copiato dagli americani i quali — non scordiamolo — hanno governato il Paese per un bel po' di anni, fino ai primi Anni Cinquanta. Le giovani generazioni cercano di modificare lo stile rigido e tradizionale degli anziani, con qualche successo se è vero che da qualche anno il MITI ha "suggerito" di vestirsi casual per ufficio il venerdì in modo che migliori la creatività, la produttività e la fantasia. Ma questo vale per le grandi città; in provincia la musica resta la stessa.

Noi italiani siamo in un certo senso perdonati anche se ci vestiamo in modo anticonformista per fare affari, tanto si sa che siamo il Paese della moda. Anzi, i giapponesi invidiano molto le nostre cravatte, le scarpe ed in genere il taglio dei vestiti che indossiamo, soprattutto quando si va in Giappone per lavoro. Loro, in genere, disapprovano chi sul lavoro ostenta ricchezza attraverso l'abbigliamento, in quanto potrebbe creare difformità e rompere il wa, l'armonia in azienda. Ciò è tanto più vero in fabbrica dove non si capisce, a volte, chi sia il capo o addirittura il padrone: tutti vestono rigorosamente uguale. Il suggerimento che possiamo dare, pertanto, è di evitare l'abbigliamento più acceso e troppo alla moda, specie se trattiamo di prodotti c.d. tradizionali, utilizzando un guardaroba sobrio e modesto.

 


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