Oggi
ho incontrato il Dott. Alberto Arietti, Senior Manager
della filiale di Tokyo della Sanpaolo IMI S.p.A.,
che si trova molto vicino alla stazione della
Metropolitana di Onarimon, accanto al verde del parco di
Shiba Park ed al tempio Zojoji, dedicato allo shogunnato
dei Tokugawa. Dopo una breve attesa nella sala riunioni,
da dove ho potuto ammirare uno splendido panorama,
inclusa la Tokyo Tower, Arietti è apparso con un
sorriso simpaticissimo.
Abbiamo
scambiato alcune parole ed ho appreso che lui giocava a
baseball in Italia come esterno destro ed era il quarto
battitore della squadra, cioè un battitore forte; mi ha
anche raccontato di quando, come allenatore, ha perso la
finale interregionale, con il minimo punteggio di 1-0. E'
uno sportivo dallo spirito giovane ed abbiamo cominciato
questa intervista in un’atmosfera molto rilassante ed
amichevole.
Dottor
Arietti, lei di dov’è in Italia?
Sono
piemontese e provengo da Fossano, in provincia di Cuneo;
sono rimasto stupito di avere incontrato anche a Tokyo
dei connazionali che conservano questa piccola città, o
per via delle caserme dei carabinieri e dell’esercito
o per i loro contatti con alcune industrie. Pensa che
vicino a Shinjuku c’è un palazzo di nome Foodeum dove
si trova un ristorante che porta il nome ed usa i
prodotti di un’azienda del mio paese, ovviamente
pasta.
Quando
è arrivato per la prima volta in Giappone?
Ho
frequentato dei corsi estivi al campus di Ichigaya della
Sophia University nel 1981, esperienza che ho nuovamente
ripetuto nel 1983; ho incontrato allora il Dott. Volpi
che teneva alcune lezioni. Nutro da allora una grossa
considerazione per lui, anche se gli addebito in parte
“la colpa” di avermi fatto “innamorare del
Giappone”.
Ha
incontrato qualche difficoltà?
Certamente,
soprattutto all’inizio; ricordo che la prima volta che
sono arrivato a Tokyo mi sembrava di essere atterrato su
un altro pianeta. A questa impressione contribuiva anche
il fatto che a quell’epoca il viaggio in aereo era
molto più lungo rispetto ad oggi.
C’erano
innanzi tutto molti pochi segnali o indicazioni
comprensibili; il taxi che mi stava accompagnando al
dormitorio riservatoci dall’università non è
riuscito a trovarlo sino a quando un postino si è
gentilmente offerto di farci da guida con il suo
motorino ed il taxi gli si è accodato fino a
destinazione. Lì giunti sono sopravvenute altre
difficoltà; le porte erano molto basse, la doccia
sistemata molto in basso per cui era necessario
contorcersi e piegarsi, la camera piccolissima. Ma
quello che mi impressionò di più forse fu il prendere
il treno durante l’ora di punta; ricordo che quando
arrivò il primo treno decisi di non salire in quanto
era troppo affollato e che avrei fatto meglio ad
aspettare il seguente. Al quinto treno decisi che forse
la situazione non sarebbe cambiata e che era meglio
salire sul treno per non arrivare in ritardo alle
lezioni.
Altra
cosa che non dimentico è che ogni volta che ci si
incontrava per la strada con qualche occidentale ci si
scambiava un sorriso, che era allo stesso tempo un’espressione
di sollievo ed in un certo senso di fraternità in un
mondo così diverso.
Quando
si è trasferito più stabilmente in Giappone?
Nel
1984 ho superato la selezione per la partecipazione al
quinto corso ETP (Executive Training Program)
organizzato dalla Comunità Europea, che ha avuto inizio
nel 1985. Di questo tipo di corso ho apprezzato
particolarmente i periodi di stage aziendali, che mi
hanno dato modo di conoscere dall’interno diverse
realtà aziendali come la Kanematsu Gosho, e la Nikko
Securities. Dopo la conclusione del corso ho iniziato a
lavorare per l’apertura dell’Ufficio di
Rappresentanza della mia banca.
Qual
è la
procedura per l’apertura di un ufficio di una banca in
Giappone?
Prima
di tutto bisogna contattare il Ministero delle Finanze,
dare tutta una serie di informazioni per poi ricevere
una “welcome letter” che è in pratica una
forma di autorizzazione, dopo di che si può aprire l’ufficio.
Per questa procedura occorrono dai 3 ai 6 mesi.
Trascorso un anno dall’apertura della Rappresentanza
può partire l’iter per la trasformazione in filiale,
che richiede nuovamente un periodo di 6 mesi prima della
relativa autorizzazione. Il tutto rimane praticamente
invariato anche ora.
Ha
assistito a qualche cambiamento in questo Paese?
Sì.
Il Paese è cambiato parecchio, forse perchè è
diventato maggiormente accessibile per cui si è molto
internazionalizzato, anche nel mondo del calcio. Mi
ricordo che andavo agli stadi per vedere partite di
quella che allora era una lega industriale, con squadre
della Sumitomo, Nissan, Yomiuri, etc.; c’era sempre
pochissimo pubblico e molte volte ero l’unico
straniero. Con la partenza - molto ben organizzata -
della J-League invece sembrava che il calcio fosse nel
sangue della gente da generazioni; una cosa che mi piace
del calcio giapponese è, con poche eccezioni, che il
tifo è “a favore” e non “contro”.
Per
altri aspetti si ha ora accesso (ancorchè normalmente a
caro prezzo) ad una vasta gamma di prodotti stranieri,
in tutti i settori.
Che
ne dice del Big Bang finanziario giapponese?
Non
procede certo con la velocità annunciata, in quanto
incontra diversi tipi di resistenza, ma dovrebbe con il
tempo e sotto molte pressioni, particolarmente esterne,
portare ad un sistema molto diverso. Semplificando a
grandi linee si può forse dire che mentre le aziende
manifatturiere ed in particolare quelle esportatrici
hanno intrapreso misure di ristrutturazione, le non
manifatturiere supportate dalla spesa pubblica e
protette da regolamentazioni, non hanno mostrato sinora
particolare interesse a ristrutturazioni.
Qual
è la presenza del vostro gruppo in Giappone e quali
sono in particolare le sue mansioni?
Il
nostro gruppo, San Paolo-IMI, e` presente con una
Filiale, guidata dal Dott. Luigi Landoni, che è il
punto di riferimento per le attività asiatiche di San
Paolo IMI S.p.A ed alla quale fanno capo la filiale di
Singapore e le rappresentanze di Pechino, Shanghai,
Bangkok e Mumbai. La Banca IMI ha inoltre un Ufficio di
Rappresentanza Securities guidato dal Dott. Marco
Furlotti.
La
nostra filiale cerca di cogliere le opportunità
operative che si presentano sui mercati finanziari a
Tokyo e nel resto dell’Asia e di assistere la
clientela italiana presente in Giappone, oltre a quella
giapponese in Italia. Per quanto mi riguarda mi occupo
dei contatti con il network della banca, con I clienti
italiani e stranieri in Giappone, di sindacazioni
internazionali, di aircraft financing e di correspondent
banking per conto della Sede Centrale.
Cosa
consiglia agli operatori italiani che intendono
penetrare il mercato giapponese?
L’esperienza
che mi deriva da un’attività di oltre 15 anni in
questo paese mi consente di dire che ci sono dei
principi applicabili indistintamente a tutti i settori,
vale a dire:
-
Se si decide di venire in Giappone bisogna che sia
perchè si è convinti di avere
prodotti validi per questo mercato ed in
grado di essere concorrenziali e non solo per fare
dei tentativi. Assumere il maggior numero di
informazioni possibili.
-
Il mercato giapponese è un mercato che paga
- e bene - alla distanza, ma che richiede una forte
attenzione da parte della casa madre, soprattutto
negli aggiornamenti ai prodotti che si rendono
necessari. Molte aziende ritengono giustamente che
la loro presenza in Giappone consenta di migliorare
i loro processi qualitativi globali grazie al feed-back
del mercato.
-
Nei limiti del possibile cercare di avere una
presenza diretta che, ancorchè decisamente costosa
nella fase iniziale, consente di evitare tutta una
serie di problematiche successive.
L’impressione
che ho raccolto durante questa intervista è che Alberto
Arietti sia una persona estremamente tranquilla e
simpatica. Ha una profonda visione della società
giapponese, ma è sopratutto un uomo che ispira fiducia.
K.M.
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