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| DAL
MONDO DI ... MODA |
LA
MODA ITALIANA TORNERA' IN AUGE? |
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Maasaki
Sakaguchi,
Presidente della Synergy Planning Co.Ltd, Tokyo |
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E’
innegabile che l’industria della moda italiana
ha dovuto recentemente affrontare un periodo di
stagnazione. La quota di esportazione di prodotti
italiani verso il Giappone rappresenta solo il
4,7%, contro il 19,1% della Germania, l’11,5%
della Francia e l’8,3% degli Stati Uniti. D’altro
canto, tuttavia, 52 aziende di moda italiane hanno
ben 188 punti vendita a Tokyo, contro i 124 di
Milano!
Per
quanto riguarda la moda italiana,
l'esposizione di fattori informativi supera (a
volte) le vendite. Nel mercato giapponese, dove i
consumatori sono così sensibili alle
informazioni, bisogna essere molto attenti al
controllo delle informazioni sul prodotto/azienda.
Se il vostro target è racchiuso in un segmento
ricco di mercato ben definito, si dovrebbe
puntare a vendere su piccola scala ma nel
lungo termine controllando attentamente la vostra
comunicazione. Se, al contrario, intendete vendere
su larga scala, allora bisogna concentrarsi su un
flusso di comunicazione forte e somministrata in
tempi brevi.
Ritengo
che il motivo della stagnazione della moda
italiana in Giappone sia piuttosto semplice ed è
il fatto che i giovani consumatori giapponesi sono
ormai un po’ stufi dei prodotti italiani. In
questo momento preferiscono prodotti poco costosi
ma interessanti, rispetto a quelli autentici.
Naturalmente rimane sempre un cluster di
compratori che apprezzano esclusivamente i
prodotti di marca, ma i prodotti italiani hanno
venduto troppo e la situazione in cui così tanti
giovani indossavano abbigliamento di prestigio era
piuttosto inconsueta. In un certo senso si è
trattata di una “bolla” della moda italiana,
per cui non c’è nulla che si possa fare fino a
quando la situazione non tornerà ad un livello di
normalità.
Per
continuare a vendere in Giappone è necessario
fare un merchandising veloce e a breve termine,
che tuttavia può portare ad una perdita di stile
e identità.
In Giappone indossano tutti gli stessi capi e ciò
porta ad avere un mercato su grande scala. Un capo
d’abbigliamento che viene venduto in unico
esemplare in Europa, dove gli individui danno
valore alla personalità, viene venduto in
Giappone in cinque/dieci esemplari.
Ma il mercato
giapponese è capriccioso e i consumatori perdono
rapidamente l’interesse. Vogliono sempre
qualcosa di nuovo.
Altro fattore di fondamentale importanza è
l’alta qualità.
Ai giapponesi
piace molto la cucina italiana, ma se mangiassero
italiano tutti i giorni si stancherebbero presto e
tornerebbero alla vecchia cara cucina casalinga
della mamma!
In definitiva la moda è una questione culturale e
il Giappone non si è mai davvero arreso alla
cultura europea. I giapponesi non hanno mai perso
la loro identità culturale e preferiscono
prendere soltanto alcuni elementi di culture
diverse dalla loro.
Verrete presi
in contropiede se considerate il mercato
giapponese ha un basso livello culturale. In
verità, il Giappone è il mercato più avanzato
dal punto di vista dell’informazione, libero da
idee prefissate su stato sociale e stili di vita.
Il mercato giapponese segue esclusivamente l’informazione
e si modifica sulla base di ciò che piace o meno.
E’ una palude senza fondo e priva di sostanza.
Questa
tendenza è destinata a diffondersi anche agli
altri paesi asiatici. Se il sistema di
informazione globale continuerà a progredire, il
mondo intero si trasformerà
in un unico mercato privo di barriere,
conducendo con ogni probabilità ad una crisi
della tradizione e identità europea.
Desiderate diffondere la cultura e lo stile di
vita italiano in Giappone? Oppure preferite creare
una moda italiana alternativa modificata sulla
base delle esigenze giapponesi? Qual è il vostro
target, pochi clienti prestigiosi o clienti “normali”
in un cluster più ampio? E’ ormai giunto
il momento di creare una precisa strategia di
marketing.
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Sakaguchi-san
è un noto esperto nel campo della moda in
Giappone, sia per il tessile che per
l'abbigliamento, con una vasta esperienza
acquisita in attività di merchandising.
La sua Società svolge attualmente
attività di consulenza per conto di
importanti gruppi giapponesi ed agenzie
governative, oltre ad attività editoriali
ed educative nel settore della moda.
Per contattare via e-mail:synergy@japanitaly.com
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Articoli
tratti dal numero di maggio 2000 della rivista JTN
Monthly Asia's Foremost Textile Journal
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TESSUTI
RINFRESCANTI
Quale
programma d’azione volto al risparmio energetico, il
Ministero Giapponese per il Commercio Internazionale e l’Industria
(MITI), ha richiesto alle aziende di mantenere la
temperatura all’interno degli uffici intorno ai 28°C,
invece dei consueti 24-26°C normalmente utilizzati.
Tuttavia, una temperatura di 28°C non è sempre
confortevole per un ambiente lavorativo. Ecco dunque lo
sviluppo forzato di alcuni metodi per mantenere una
sensazione di freschezza anche in condizioni non troppo
favorevoli.
La
Toray Industries Inc. ha lavorato, congiuntamente ad
alcuni produttori di abbigliamento, allo sviluppo di
giacche da uomo e di abiti femminili che diano a coloro
che li indossano una sensazione di freschezza. Questi capi
verranno messi sul mercato per la prossima stagione estiva
col nome di “Freschi a 28°C”.
Nel
caso delle giacche da uomo, ad esempio, sono stati
impiegati tessuti a base di poliestere che presentano una
particolare permeabilità all’aria, ovvero superiore di
quattro volte rispetto ai convenzionali capi estivi.
Insieme
alla Toray, la Shikibo Ltd. ha iniziato a commercializzare
l’anno scorso un tessuto che si chiama “Azec” che
presenta anch’esso un’alta permeabilità all’aria e
notevoli caratteristiche di freschezza. Questo tessuto è
fatto con una speciale fibra in poliestere mista ad un
filato in cotone in diversi spessori che contribuiscono ad
aumentarne la permeabilità all’aria.
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SI
DIFFONDE IN EUROPA IL TESSUTO CHITOPOLY |

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Il
Chitopoly, sviluppato dalla Fuji Spinning Co. Ltd è un
materiale giapponese altamente funzionale che sta
cominciando a diffondersi anche oltre oceano. Il Chitopoly
si ottiene impastando il chiosano - contenuto nella
conchiglia di crostacei come i granchi, i gamberi e le
aragoste - nello
Junlon polinosico, offrendo eccellenti proprietà
antibatteriche e deodoranti. Test clinici hanno anche
dimostrato che questo tessuto è particolarmente indicato
per il trattamento di dermatiti atopiche.
In
Giappone il Chitopoly si è rapidamente diffuso nel
settore dell’abbigliamento intimo femminile e per
bambini, ma anche in Europa comincia ad essere conosciuto.
Una ditta inglese, infatti, lo sta utilizzando ampiamente
per l’abbigliamento dei neonati, mentre in Spagna si
stanno diffondendo articoli di biancheria intima e per la
casa realizzati con questo tessuto. In America, invece, i
prodotti in Chitopoly non hanno ancora raggiunto i
consumatori finali, ma una grossa azienda ha già
cominciato ad acquistare ingenti quantitativi di filato e
si prevede che il prossimo Natale appariranno sul mercato
diversi articoli in Chitopoly. Si considera che i volumi
di vendita del Chitopoly in Giappone e all'estero per
l'anno fiscale 2000 (Aprile 2000-Marzo 2001)
raddoppieranno rispetto all'anno precedente.
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Il sistema distributivo nel settore della
gioielleria è estremamente complicato perché
esistono più canali diversi. Molti prodotti di
gioielleria importati seguono gli stessi canali
distributivi della gioielleria prodotta in
Giappone o perché passano attraverso importatori
oppure perché vengono importati direttamente.
In ogni fase del processo distributivo, i
prodotti importati rappresentano strumenti
indispensabili per rispondere ai bisogni sempre
più differenziati dei consumatori e per
distinguere i prodotti del rivenditore da quelli
dei suoi concorrenti.
Nel caso di prodotti d’oreficeria
e d’argento d’importazione il canale più
classico seguito è rappresentato dall’importazione
indiretta attraverso:
trading
companies
--> grossi distributori e produttori
distributori
--> grossisti secondari
-->
dettaglianti
--> consumatori
Molte
trading companies coprono l’intero iter della
distribuzione, dall’importazione fino al
dettaglio.
Per quanto riguarda l’importazione
diretta di prodotti di gioielleria
in senso stretto, generalmente esiste un agente
ufficiale che importa e vende i gioielli ai
grossisti che, a loro volta, li distribuiscono ai
dettaglianti.
Nel
caso di prodotti di marchio, per cui
diventa importante la politica d’immagine, le
importazioni vengono effettuate sotto forma di
contratto in esclusiva. Infatti l’importatore,
oltre a dover essere estremamente affidabile dal
punto di vista della partecipazione finanziaria,
deve anche implementare la politica d’immagine e
promozionale dell’esportatore.
Nel caso dei marchi
di maggiore forza e visibilità, spesso i
prodotti vengono venduti direttamente ai
dettaglianti, oppure viene costituito un punto
vendita proprio a gestione diretta. E’
interessante notare, come facendo un confronto con
i prodotti dell'abbigliamento, in Giappone, ci
siano molte meno marche di gioielli riconosciute
ad ampia diffusione.
Le
marche di prestigio della gioielleria importata
(come Tiffany's, UnoAErre, Cartier, Bulgari...)
sono distribuite attraverso quei canali che
consentono di mantenere alto il prestigio
dell'immagine e del marchio:
-
Attraverso
sussidiarie giapponesi o distributori
esclusivi che vendono gioielli a grandi
magazzini o a negozi specializzati di
alto/altissimo livello.
-
Vendita
diretta attraverso propri negozi
monomarca.
In
questo caso il canale di vendita al dettaglio più
importante è rappresentato dai grandi magazzini
che possono trattare direttamente il marchio
famoso oppure costituire al loro interno un
negozio ("in-shop").
I
negozi specializzati invece in genere stipulano
dei contratti diretti con l'esportatore ed
effettuano in proprio le importazioni, vendendo
direttamente i monili nel proprio punto vendita.
Molte
di queste marche famose hanno di recente aperto
negozi a livello della strada di proprietà nel
distretto centrale degli acquisti di Tokyo e
stanno cercando attivamente di posizionarsi non
solo semplicemente come una marca di gioielleria,
ma anche come marca del sistema moda.
Negli anni recenti si è anche assistito ad
una tendenza crescente dei produttori giapponesi
alla riduzione dei costi di produzione attraverso
lo sviluppo delle importazioni basate su
partnership o joint venture con produttori
stranieri. Si sta sviluppando all’interno del
settore una crescente divisione del lavoro
internazionale, con i disegni che vengono
sviluppati in Europa ed i monili prodotti nel Sud
Est asiatico per poi essere importati in Giappone.
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| DAL
MONDO DI ... ALIMENTARI |
SPAGHETTI
ALLA GIAPPONESE... |
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Signora
Kazuko Nagamoto
Presidente della Ict Shokubunka-kikaku Ltd.Tokyo |
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Vi
presentiamo il tipico piatto di
"spaghetti" giapponese. Si chiama
"spaghetti NAPORITAN". Per prima cosa si
cuociono gli spaghetti, poi per toglierne la
sensazione collosa, si mettono sotto l'acqua e
quindi si aggiunge dell'olio per non farli
asciugare. Si versano poi gli spaghetti così
cotti in una padella dove sono stati
precedentemente saltati peperone, cipolla e
prosciutto cotto tagliati a pezzetti. Alla fine il
tutto viene condito con il Ketchup. Qualcuno
si scandalizzerà e gli Italiani protesteranno
certamente: "Questi non sono spaghetti!"
Bisogna pensare tuttavia che, affinchè la cultura
culinaria di un paese (dall'altra parte del mondo)
metta le radici in un altro paese, ci vuole del
tempo. La nuova cucina appena approdata da noi,
dovrà integrarsi con la cucina tradizionale. Gli
spaghetti "NAPORITAN"
di cui abbiamo dato la ricetta, sono proprio un
esempio calzante.
E'
un "sangue misto" tra spaghetti cinesi e
quelli italiani. Con la preparazione di tale
"sangue misto", si formano due diverse
correnti all'interno della cucina italiana in
Giappone. L'una cerca di eseguire la tradizione
culinaria italiana; l'altra, radicandosi nella
cultura giapponese ed integrandosi con la cucina
del luogo, crea qualcosa di nuovo. Non succede
mai, infatti, che "la meravigliosa cultura
d'oltremare" venga accettata così com’è,
ma piuttosto viene immediatamente nipponizzata.
Ad
esempio la "Tempura", che viene
considerata un piatto tipico della cucina
giapponese, ha in realtà un'origine europea;
sembra che sia stata portata in Giappone dai
portoghesi circa 500 anni fa. (La parola ha
infatti un’origine latina (tempora)
ad indicare i piccoli snack che i preti gesuiti si
preparavano allo scadere delle ore della
preghiera, ndr).
In Giappone, dove esisteva già la pasta lunga,
gli spaghetti vennero accettati
senza nessuna remora diventando uno dei piatti
più amati dai bambini, dal momento che furono
introdotti nella mensa scolastica. I bambini,
cresciuti con gli spaghetti, sono oggi gli adulti
che cucinano essi stessi
questo piatto, ormai diventato cucina quotidiana
nelle loro case.
Tante
sono le varianti nelle preparazioni degli
spaghetti nella cucina di tutti i giorni. Vi diamo
ora alcuni tra gli esempi più appetitosi.
"Spaghetti con i funghi": saltare i
funghi finemente tagliati, aggiungere gli
spaghetti precedentemente cotti e condire infine
con salsa di soia. Un capolavoro sono gli
"Spaghetti con tarako (uova di
Merluzzo salato) giapponese": condire gli
spaghetti con uova di Merluzzo salato e burro
sciolto a bagnomaria.
Vi consigliamo di assaggiarli se capitate
in Giappone. Un piatto veramente speciale! Ovviamente
non li potrete trovare nei ristoranti italiani in
Giappone (che giustamente hanno una orgogliosa
tradizione).
Come
avrete notato, finora abbiamo parlato sempre di
spaghetti, questo perché in Giappone esiste la
"cultura della pasta lunga" ma non
quella della pasta corta; di conseguenza c'è
un'abissale differenza quando si parla ad esempio,
delle penne. Esiste un'altra corrente che cerca di
diffondere la cucina italiana tradizionale; di
questa fanno parte i cuochi che lavorano nei
ristoranti italiani a cominciare da quelli
dell'area metropolitana di Tokyo. Rimarrete
sorpresi nell’ascoltare che tipo di cucina
ricercano questi cuochi: "Culatello di
Zibello", "Mustica di Calabria",
ecc. Ci saranno sicuramente persone anche tra gli
italiani che non conoscono questi prodotti. Non
meraviglia forse il fatto che esistano cuochi che
vogliono l'ortica (che in Giappone non c'è) per
cucinare una minestra e persone che coltivano il
luppolo per prenderne i germogli (largamente
consumati in Nord-Italia). Entrambe le correnti
prendono le mosse dalla cucina "NAPORITAN",
ma una si è sviluppata integrandosi con la cucina
giapponese, l'altra si e avvicinata sempre più
alla cucina italiana tradizionale.
I
molti italiani che visitano il Giappone dicono:
"Non esiste nessun posto fuori dall'Italia,
dove si possa gustare la vera cucina italiana come
in Giappone". Però se non ci fossero stati
gli spaghetti "alla napoletana" non si
sarebbe arrivati a dire ciò!! Si tende a
sostenere che la cucina italiana in Giappone è
poco raffinata, ma bisogna considerare che
affinché una tradizione culinaria straniera possa
essere introdotta nella cultura giapponese, ci
vuole moto tempo. Nel prossimo articolo, vi
parleremo di un cuoco giapponese che ha portato e
diffuso in Giappone, la vera cucina italiana.
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Kazuko
Nagamoto,
Presidente della Ict
Shokubunka-kikaku Ltd.Tokyo, è
un'esperta nel settore
agroalimentare. Nel 1997 ha
costituito la società "Ict"
per aiutare a diffondere la
cultura culinaria italiana in
Giappone. Attualmente, la "Ict"
organizza corsi di
"formazione sulla cucina
italiana" per cuochi e di
"formazione per
sommelier" che vengono
organizzati in Italia per
personale giapponese, sviluppando
l'attività con la ICT Italia e
con la collaborazione di
associazioni di categoria quali,
la Fed.Italiana Cuochi (FIC) e l'Ass.It.
Sommelier (AIS).
Per contattare, e-mail: ict@japanitaly.com |
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