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MERCATI - DAL MONDO DI...  (mensile) 20 marzo 2001  
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 DAL MONDO DI ...  MODA

BAMBINI CONTRO LA MONOPOLIZZAZIONE DI UNIQLO


Domenica, tutti a fare shopping! Mamma mi compra un nuovo vestito! Ma...dove mi porta..? DI NUOVO ALL'UNIQLO?? Nooooo, mamma noooo!! Io non voglio più vestirmi da Uniqlo. Questa giacca c’è l'hanno tutti! Anche questa maglia a righe, pure nuovissima, c’è l'hanno gia’ Kaori e Yuko che si arrabbierebbero se io gliela imitassi…. 

 

Questo è il grido di una bambina d’oggi. Ormai è noto il grande successo dell’UNIQLO,  la catena d’abbigliamento “famigliare” (cioè maschile, femminile e bimbi), che si sta espandendo sempre di più su tutto il territorio giapponese grazie alla sua straordinaria strategia a basso prezzo (abbiamo già parlato, in questa rubrica, della pubblicità di 2 anni fa su “la giacca in pile a 1980 Yen” che ha reso famosa la catena). Questa grande diffusione dell’UNIQLO sta complicando persino i rapporti “sociali” nella scuola. Si dice che due terzi dei bambini abbiano almeno un vestito di Uniqlo per ogni stagione. Se va di moda un modello, capita di trovare una decina di compagni di classe che si vestono nello stesso modo. A volte si accordano tra amici sulla scelta del colore da prendere. Così, anche se hanno la stessa giacca possono “distinguersi” dagli altri quanto meno per il colore. 

 

D’altronde, la recessione stringe sempre di più il portafoglio dei genitori. Uniqlo offre prezzi così convenienti che non fanno esitare a comprare. Neppure le simili catene di produzione di massa (GAP, Zara, ecc) riescono ad avere prezzi così competitivi. Ed è anche vero che i bambini crescono velocemente, quindi per i loro vestiti meno si spende meglio è.  Ma non credete che i bambini debbano crescere con un po’ più di originalità? E’ giusto lasciare che si “omogeneizzino” tutti in una divisa firmata Uniqlo?

 

No! Infatti sono i bambini stessi a cominciare a combattere contro la monopolizzazione di Uniqlo. Cercano di modificare i vestiti a proprio modo, attaccando toppe sulla schiena, medaglie dei preferiti personaggi di cartoni e così via. In questo modo possono nascondere il capo Uniqlo, ed è nata anche una nuova espressione “non fare Uni-bare” (abbrevviazione di Uniqlo Bareru. Bareru significa venire scoperto/riconosciuto) quindi “non far capire che i vestiti sono di Uniqlo”.

 

In realtà questo produttore non ha fatto nulla di male. Forse La stessa Uniqlo non si sarebbe aspettata un tal successo che è poi diventato un fenomeno sociale. Troppo successo tuttavia stanca il mercato. E questo è un momento delicato per mantenere il successo in un paese come il Giappone che ama sempre le cose nuove.     

 

La Fast Retailing Co., la holding che gestisce i 432 negozi della Uniqlo spuntati rapidamente in tutto il Giappone (65 punti vendita sono stati aperti l’anno scorso e per quest’anno si prevede l’apertura di altri 80) ha dichiarato recentemente che nell’anno fiscale 2000 il fatturato annuo ha raggiunto i 229 milioni di yen (oltre 4.000 miliardi di Lire) con un profitto netto di 34.500.000 yen (cinque volte maggiore rispetto ai risultati dell’anno precedente). Quest’anno si prevede un fatturato intorno ai 330 milioni di yen con un profitto netto di circa 80 milioni.

 

Nel 1999/2000 sono state venduti 29 milioni di T-shirts e 8.5 milioni di giacche in pile, per lo più prodotti in Cina con il marchio Unirlo. La Fast Retailing Co. ha progetti di entrare sul mercato europeo, con la prima apertura di punto vendita in Inghilterra, prevista per l’autunno del 2001.          



                                                                                                       Yoko Kikunami, esperta del settore


Articoli tratti dal numero di dicembre 2000 della rivista 

    JTN 

Monthly Asia's Foremost Textile Journal 

 

 


Abiti di carta, gonne di bamboo: materiali tradizionali e nuove applicazioni

 

Il mondo della moda è alla costante ricerca di nuovi materiali. L’ultima tendenza è il naturale e recentemente sul mercato giapponese hanno cominciato ad apparire capi realizzati con alcuni dei più tradizionali materiali nipponici: il bamboo e il washi (carta fatta a mano).

 

Un procedimento esclusivo di produzione consente di creare un tessuto altamente traspirante ed assorbente ricavato dalla fibra di bamboo. Gli abiti realizzati con questo tessuto vengono venduti all’incirca agli stessi prezzi degli abiti della fascia più alta: 59.000 yen per un cappotto (circa 1.100.000 Lire), 27.000 yen per una gonna (circa 480.000 Lire), presentano caratteristiche di grande morbidezza e sono estremamente leggeri e freschi. Si tratta di un tessuto molto versatile che permette di realizzare anche altri capi.

 

Anche la carta comincia ad essere presente sul mercato, con maglie in washi (carta tradizionale giapponese) e persino giacche e pantaloni da uomini. Il tessuto di washi è leggero e traspirante e somiglia decisamente al lino. In questo caso i prezzi sono elevati: 60.000 yen (1.000.000 di lire circa) per una giacca e 25.000 yen (450.000 lire) per un paio di pantaloni. Si tratta di un tessuto che assorbe la polvere e gli odori.

 

N9-055-02Bamboo e washi non sono gli unici materiali tradizionali utilizzati attualmente nell’abbigliamento. Si possono infatti trovare giacche e pantaloni realizzati con un nuovo materiale, poliestere al 70% e 30% di carbone. Il carbone viene polverizzato e poi mescolato in una soluzione di poliestere per produrre un tessuto estremamente elastico e lucente, che ha anche caratteristiche deodoranti.  

 

 

In definitiva, i meriti dell’usare carta e bamboo nelle fibre tessili sono la loro traspirabilità (ideale per le umide estati giapponesi), la facilità di realizzazione, l’estrema funzionalità e la loro indubbia bellezza. L’attuale fascinazione del mondo della moda per tutto ciò che è orientale e giapponese, è ancora in fase crescente e questi materiali stanno attirando l’attenzione di molti stilisti.

 

 

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