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Domenica,
tutti a fare shopping! Mamma mi compra un
nuovo vestito! Ma...dove mi porta..? DI NUOVO ALL'UNIQLO??
Nooooo, mamma noooo!! Io non voglio più
vestirmi da Uniqlo. Questa giacca c’è l'hanno
tutti! Anche questa maglia a righe, pure nuovissima,
c’è l'hanno gia’ Kaori e Yuko che si
arrabbierebbero se io gliela imitassi….
Questo
è il grido di una bambina d’oggi. Ormai è noto
il grande successo dell’UNIQLO, la catena
d’abbigliamento “famigliare” (cioè maschile,
femminile e bimbi), che si sta espandendo sempre di
più su tutto il territorio giapponese grazie alla
sua straordinaria strategia a basso prezzo (abbiamo
già parlato, in questa rubrica, della pubblicità
di 2 anni fa su “la giacca in pile a 1980 Yen” che
ha reso famosa la catena). Questa grande diffusione
dell’UNIQLO sta complicando persino i rapporti
“sociali” nella scuola. Si dice che due terzi
dei bambini abbiano almeno un vestito di Uniqlo per
ogni stagione. Se va di moda un modello, capita di
trovare una decina di compagni di classe che si
vestono nello stesso modo. A volte si accordano tra
amici sulla scelta del colore da prendere. Così,
anche se hanno la stessa giacca possono
“distinguersi” dagli altri quanto meno per il
colore.
D’altronde,
la recessione stringe sempre di più il portafoglio
dei genitori. Uniqlo offre prezzi così convenienti
che non fanno esitare a comprare. Neppure le simili
catene di produzione di massa (GAP, Zara, ecc)
riescono ad avere prezzi così competitivi. Ed è
anche vero che i bambini crescono velocemente,
quindi per i loro vestiti meno si spende meglio è.
Ma non credete che i bambini debbano crescere con un
po’ più di originalità? E’ giusto lasciare che
si “omogeneizzino” tutti in una divisa firmata
Uniqlo?
No!
Infatti sono i bambini stessi a cominciare a
combattere contro la monopolizzazione di Uniqlo.
Cercano di modificare i vestiti a proprio modo,
attaccando toppe sulla schiena, medaglie dei
preferiti personaggi di cartoni e così via. In
questo modo possono nascondere il capo Uniqlo, ed è
nata anche una nuova espressione “non fare
Uni-bare” (abbrevviazione di Uniqlo Bareru. Bareru
significa venire scoperto/riconosciuto) quindi
“non far capire che i vestiti sono di Uniqlo”.
In
realtà questo produttore non ha fatto nulla di
male. Forse La stessa Uniqlo non si sarebbe
aspettata un tal successo che è poi diventato un
fenomeno sociale. Troppo successo tuttavia stanca il
mercato. E questo è un momento delicato per
mantenere il successo in un paese come il Giappone
che ama sempre le cose nuove.
La
Fast Retailing Co., la holding che gestisce i 432
negozi della Uniqlo spuntati rapidamente in tutto il
Giappone (65 punti vendita sono stati aperti
l’anno scorso e per quest’anno si prevede
l’apertura di altri 80) ha dichiarato recentemente
che nell’anno fiscale 2000 il fatturato annuo ha
raggiunto i 229 milioni di yen (oltre 4.000 miliardi
di Lire) con un profitto netto di 34.500.000 yen
(cinque volte maggiore rispetto ai risultati
dell’anno precedente). Quest’anno si prevede un
fatturato intorno ai 330 milioni di yen con un
profitto netto di circa 80 milioni.
Nel
1999/2000 sono state venduti 29 milioni di T-shirts
e 8.5 milioni di giacche in pile, per lo più
prodotti in Cina con il marchio Unirlo. La Fast
Retailing Co. ha progetti di entrare sul mercato
europeo, con la prima apertura di punto vendita in
Inghilterra, prevista per l’autunno del 2001.
Yoko Kikunami, esperta del settore
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