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Nel
dopoguerra, il crescente spopolamento delle
campagne, dovuto alla nascente industrializzazione
del Paese, ha portato ad un allargamento abnorme
della rete distributiva in quanto molti contadini
hanno trovato naturale e più confacente alle loro
capacità professionali aprire un piccolo negozio,
anzichè entrare nel settore industriale. Inoltre,
a causa dell’elevato costo del terreno nelle
metropoli, a Tokyo in particolare, i proprietari
dei negozi sono stati costretti a ridurre il più
possibile lo spazio del magazzino ed a rifornirsi
più’ volte al giorno dai
grossisti/distributori. Si e’ creato così un
circolo perverso di più livelli di
grossisti/distributori (nazionale, regionale,
provinciale e locale, a volte di quartiere) per
far fronte alle esigenze dei dettaglianti con
forniture piccole ma ripetute più volte al
giorno, un po’ come ancora succede in Italia con
le farmacie.
Da
quanto sopra emerge un quadro distributivo
eccessivamente frammentato con alti costi unitari
per prodotto, per via dei numerosi passaggi a cui
la merce deve sottostare e dell’alto costo dello
spazio. Tuttavia, lo scoppio della famosa bolla
speculativa del 1990 e la strisciante recessione
economica hanno iniziato a modificare la
situazione della distribuzione giapponese nel
senso più vicino ai canoni occidentali. Secondo
l’ultimo censimento del commercio, dal 1991 al
1997 il numero dei punti vendita con meno di 10
addetti e’ diminuito costantemente per
complessivo 14%, passando da circa 1.5 milioni a
meno di 1.3 milioni. Sono sempre tanti, in un
Paese che però ha una popolazione di oltre 126
milioni di abitanti. Il problema lo conosciamo
anche in Italia dove si e’ assistito ad un
drastico ridimensionamento del dettaglio negli
Anni 90.
La
crisi economica giapponese non ha risparmiato
neanche la grande distribuzione con chiusure e
fallimenti clamorosi; l’ultimo, in ordine di
tempo, il fallimento della catena di grandi
magazzini SOGO lo scorso anno. Gli indici di
vendita di quasi tutte le catene distributive
giapponesi (che in Giappone rappresenta un indice
sicuro dell’andamento dell’economia) hanno
mostrato un costante calo, costringendo il
management a drastiche riduzioni e tagli del
personale, in verità sovrabbondante. Chi e’
stato negli anni passati in Giappone ricorderà
senza dubbio lo stuolo di sorridenti ragazze in
divisa che all’apertura del punto vendita si
mettevano ordinatamente in fila davanti
all’ingresso salutando lo “onorevole
pubblico” e ringraziandolo per aver scelto quel
grande magazzino. Certo, all’epoca nei grandi
magazzini si trovava di tutto e con un altissimo
standard di servizio; ma a che prezzi? In un
periodo acuto di recessione, quale quello che il
Giappone sta sperimentando sulla propria pelle da
oramai dieci anni, il consumatore inizia a stare
molto attento al cartellino dei prezzi della
merce.
Ecco,
quindi, il proliferare di “negozi virtuali”
(grazie anche allo sviluppo dell’elettronica ed
al perfetto funzionamento della rete logistica) e
di strutture distributive alternative,
generalmente di provenienza estera almeno come
modello di business. Hanno iniziato a penetrare il
mercato le catene distributive americane come
Toy’s R US, The Gap ed altre per finire a quelle
europee come Carrefour lo scorso anno. Ma anche
altre strutture, come i convenience store (già
trattati in precedenti articoli), hanno subito
incontrato un gran successo di pubblico e di
vendita per il nuovo concetto di mix di prodotto,
più che conveniente orario di apertura (24/24
ore), servizi offerti al consumatore (posto fax,
punto di appoggio per acquisti online, ecc.).
segue
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