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La
quota di abbigliamento importato sta crescendo
rapidamente in Giappone. Allo stesso tempo la Cina
si sta concentrando sempre di più sul settore
tessile. Sono stati recentemente abbassati i dazi
doganali sulle automobili importate in Cina e si è
consentito l’ingresso di case automobilistiche
straniere nel paese, ma l’intenzione cinese di
conquistare valuta estera attraverso il settore
tessile si sta ulteriormente rafforzando. Si ritiene
che attualmente siano 2,5 milioni gli operai
tessili, con una previsione di arrivare rapidamente
a 4 milioni. Per contro, in Giappone sono meno di
700.000 e nell’arco di pochi anni verranno sempre
più soppiantati dalla manodopera cinese.
Il
Giappone ha la più bassa barriera doganale dei
paesi sviluppati ed è impossibile che il mercato
dell’abbigliamento giapponese sperimenti
un’espansione rapida. Di conseguenza, poiché la
produzione cinese sarà sempre più rivolta al
Giappone, la manodopera del Sol Levante subirà un
ulteriore danno.
Inoltre,
la Cina sta intensificando gli investimenti nelle
attrezzature tessili, anche se è ormai antiquata
l’idea che investimenti di questo genere conducano
ad una crescita direttamente proporzionale dei
profitti. Le attrezzature in eccedenza causeranno
presto saturazioni negli approvvigionamenti, nonché
crolli nei prezzi e nei salari della manodopera.
Vi è sempre stata una grande differenza fra
industria tessile e industria della moda: sebbene il
comune denominatore sia l’abbigliamento,
l’industria della moda offre un alto valore
aggiunto e gode di elevati profitti, mentre
l’industria tessile ha profitti più bassi, a
causa del fatto che il valore aggiunto è molto
inferiore.
Se
la Cina intende guadagnare valuta estera attraverso
il tessile, non è sufficiente limitarsi a mantenere
così tanta manodopera. Dovrebbe anche collaborare
con i designers e con le società che producono
accessori di marchi famosi. Oppure dovrebbe
incominciare a produrre in loco queste marche. Il
problema, però, è che questo tipo di operazioni ad
alto livello non possono essere realizzate con
investimenti unicamente nelle attrezzature e negli
impianti, perché necessitano di un’approfondita
conoscenza del mercato e delle tendenze della moda.
Ecco allora che il know-how delle società tessili
giapponesi si rivelerà necessario alla Cina.
Ho
sentito dire che alcune aziende tessili che
producono abbilgiamento da uomo hanno recentemente
iniziato ad avvalersi della consulenza di modellisti
italiani. Inoltre, pare che alcuni abbiano coinvolto
modellisti giapponesi al fine di studiare forme
comode per i giapponesi.
La
Cina può iniziare a pensare di fare marketing in
Giappone utilizzando anche tessuti italiani oppure
potrebbe rivolgersi ai mercati europei ed americani
utilizzando tessuti giapponesi ad alto contenuto
tecnologico. Ogni paese può trovare il proprio
mercato individuando il target giusto e assumendo un
ruolo chiave.
Le
aziende giapponesi che producono moda non sono
favorevoli all’esportazione, a causa dell’alto
costo della manodpera giapponese e delle dimensini
del mercato interno. Non hanno bisogno di esportare
perché possono ottenere sufficienti profitti a
livello nazionale. Tuttavia, ritengo che sia
giunto il momento di muoversi verso l’esterno,
perché la loro quota di mercato è destinata a
ridursi a causa dell’aumento delle importazioni.
Il costo della manodopera giapponese è troppo alto
per poter vendere in modo globale, ma attraverso
l’utilizzo della capacità produttiva cinese, il
Giappone potrà essere in grado, se sarà anche
capace di studiare le giuste strategie, di proporsi
sui mercati esteri con prezzi accettabili.
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