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L'aumento
della quota dell'olio d'oliva e’ un buon
esempio in cui ha avuto successo la campagna
pubblicitaria a favore di questo prodotto.
Originariamente, infatti, nella cucina giapponese
non veniva adoperato l'olio. Quando hanno
cominciato a diffondersi le cucine di tanti paesi,
e’ aumentata da parte dei consumatori la
richiesta degli olii, chiamati allora con un nome
vago - olio per l'insalata - e di contenuto
altrettanto vago. Dopodiche’, sono usciti nel
mercato giapponese l'olio di granturco e quello di
semi (con la chiara descrizione delle materie
prime utilizzate). Questi olii normalmente erano
quasi inodori ed insapori, eccetto l'olio di
sesamo indispensabile per la cucina cinese. Di
conseguenza l'olio d'oliva all'inizio non si
diffondeva facilmente a causa dell'odore tipico e
forte rispetto alle abitudini alimentari
giapponesi.
Negli
anni '70, anche tra le persone che si occupavano
di cucina italiana non erano in molti ad avere una
esperienza di soggiorno di studio in Italia e
sapere che l'olio che veniva usato nella cucina
italiana fosse l'olio d'oliva. Queste persone
inesperte, quando leggevano delle ricette non
potendo immaginare che con la voce
"olio" si indicava l'olio d'oliva,
condivano con "l'olio per l'insalata",
che era inodore. Ma, il successo che alcuni
importatori hanno cominciato ad ottenere,
organizzando seminari condotti dagli chef italiani
convocati direttamente dall'Italia destinati ai
cuochi giapponesi, e’ stato significativo.
Grazie al loro impegno, infatti, pian piano il
consumo dell'olio d'oliva ha cominciato a salire.
In
aggiunta, nel 1996, con l'aumento dell’
interesse fra la gente comune verso i problemi
della salute, l'olio d'oliva veniva riconsiderato
e, grazie anche ai programmi televisivi che ne
avevano esaltato le qualita’ organolettiche, la
vendita dell'olio d'oliva ha registrato un aumento
sbalorditivo. Poiche’ nelle famiglie giapponesi
ormai non mancano piu’ sulla mensa i piatti di
spaghetti, anche il consumo dell'olio d'oliva si
prevede che resti stabile con un prevedibile anche
nel futuro.
Per
quanto riguarda i dolciumi, invece, cio’ che
rende difficoltosa la strada e’ la somiglianza
percepita tra i dolci dei differenti paesi
europei. Da un lato, i piatti per i pasti vengono
cucinati con degli ingredienti che di solito hanno
una forte caratterizzazione regionale, dall'altro,
la maggioranza dei dolci sono quelli di lunga
durata, fatti con farina, zucchero, cioccolato,
ecc. Di conseguenza ci sono dei dolci di
differenti paesi, ma simili tra di loro. Poiche’
le
modalita’ di preparazione dei dolci e gli
ingredienti non si differenziano tanto, e’
difficile caratterizzarli.
Espongo
un caso di successo. In Giappone, per il giorno 14
di febbraio (giorno San Valentino), sono le donne
che regalano dei cioccolatini agli uomini, e si
e’ormai diffusa questa nuova abitudine grazie
alla bravura della campagna pubblicitaria promossa
dalle industrie dolciarie. Se pensate che in quel
giorno solo, viene venduta la meta’ dell'intero
consumo annuale dei cioccolatini, potete
immaginare quanto successo ha avuto una tale
promozione.
Per
quanto riguarda la pasta, solo quella di
produzione italiana si e’ diffusa nel mercato,
seguita da quella di produzione giapponese.
Insieme alla diffusione della cucina italiana, e
con lo stesso ritmo, i pomodori hanno registrato
un costante aumento delle quantita’ importate.
Ora che i pomodori hanno acquisito una posizione
stabile nel mercato, i cuochi in prima linea
cominciano a cercarne la qualita’ e, se una
pubblicazione femminile fa un servizio sul
pomodoro "pachino", vanno ad acquistare
quelli per provare e, se leggono un articolo sui
pomodori secchi, li vanno a cercare per poterli
provare. Ma per quanto riguarda il consumo di
massa, il fattore che decidera’ il successo
sara’ quello del prezzo.
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